il dito nel terzo occhio

Ormai è un fenomeno dilagante. Tutti abbiamo sentito parlare di legge di attrazione, di PNL, di strategie per il successo, di tecniche mentali per realizzare ogni desiderio, di metodi infallibili per realizzarsi in ogni campo della vita, eccetera eccetera. Spesso chi pubblicizza questo genere di tecniche - e i corsi a pagamento per impararle - per convincere il potenziale cliente dell’assoluta bontà del prodotto in vendita, arruola un testimonial di eccezione: nientemeno che Siddhārtha Gautama, alias Śākyamuni, in persona. Una bella immagine del Buddha (se ne vedono anche di terribilmente kitsch), qualche citazione improbabile dei suoi discorsi, qualche frase ‘spirituale’ a effetto – magari con riferimenti a presunte conoscenze esoteriche e scientifiche non documentate – e il gioco è fatto.

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Chiunque frequenti oggi un qualunque corso di yoga in qualsiasi parte del globo, fin dalle prime lezioni scopre che, oltre a due fasce muscolari dette ischiocrurali, a un diaframma, a sette cakra e a tre nāḍī principali, possiede anche un «ego».

Questo ego, ci viene detto, è responsabile di quasi ogni male del mondo, dalla fastidiosa allergia agli acari che ogni tanto ci tormenta fino al buco nell’ozono:

Non riesci a portare la fronte sulle ginocchia in paścimottanasana? È a causa del tuo ego che ti impedisce di abbandonarti e allungare i tuoi muscoli.

Non riesci ad «aprire il cuore»? Ovvio, sei troppo «mentale» a causa del tuo ego.

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L’origine storica della pratica delle posizioni (āsana) è ormai una questione ampiamente dibattuta tra i cultori dello yoga, sia praticanti sia studiosi. Le opinioni al riguardo sono varie e contraddittorie: alcuni (in numero sempre minore) propendono per una remotissima antichità, che risalirebbe all’epoca vedica o ai secoli successivi, spesso attribuendone l’origine a Patañjali stesso.

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Yoga ed «energia»: suggestioni, ambiguità e qualche riflessione critica

«Energia» è una delle parole chiave dello yoga contemporaneo. Tutti la usiamo, tutti ne siamo affascinati e tutti le attribuiamo ogni sorta di significati, spesso senza renderci conto della complessità e del carattere problematico che essa sottende:

“Sento l’energia che scorre ”; “Ho un blocco energetico”; “Assorbite l’energia della terra”; “Le mudrā sigillano l’energia”; “In quest’āsana riesco a sentire le linee di energia”; “Bisogna portare l’energia verso il canale centrale”; eccetera, eccetera.

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Mi capita spesso, nelle circostanze più disparate, di sentirmi rivolgere la fatidica domanda: “Ma tu che tipo di yoga pratichi?”. Rispondere a questa domanda, all’apparenza così semplice e banale, si rivela a volte un’impresa temeraria e ardita, impresa che spesso conduce me e i miei interlocutori in fittissimi gineprai ermeneutici (quanto mi piace usare ‘sto termine!) e in altrettanto fitte discussioni su cosa sia lo yoga, su quale sia la sua storia, su quanti e quali siano i tipi di yoga, eccetera. A chiusura della discussione (che il più delle volte è stata purtroppo un dialogo tra sordi) mi capita spessissimo di sentire questa frase: “Sì certo, esistono tanti tipi di yoga, ma in fondo lo yoga è uno!”. L’avrò sentita ripetere in tutte le salse e da decine di persone, e per molto tempo ho ritenuto ingenuamente che fosse vera e inconfutabile. Se tanta gente ci crede, dovrà essere per forza giusta.

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Chi entra in qualsiasi libreria e inizia a curiosare qua e là incappa quasi immancabilmente nella sezione di ‘filosofia orientale’, le cui sottocategorie di solito comprendono scaffali dedicati a temi esotici come lo yoga, le arti marziali, il tantra, il kāmasūtra, il feng shui, i chakra, Osho, i sufi, eccetera.

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